Federico Faggin: l’inventore del microprocessore alla scoperta della ‘consapevolezza’

Qualche settimana fa, per caso, ho sentito un’intervista per radio a Federico Faggin e mi sono chiesto come fosse possibile che in tutta la mia vita non avessi mai incrociato il suo nome. Allora ho chiesto ad un po’ di persone a me vicine, di solito molto informate, e anche loro non ne avevano mai sentito parlare. Facendo qualche ricerca ho scoperto che Faggin, nato a Vicenza nel 1941, è proprio un grande personaggio: prima inventore, poi imprenditore di successo e oggi grande pensatore, impegnato in una ricerca profonda sulla natura della consapevolezza. Un uomo da cui potremmo prendere esempio noi della generazione successiva e certamente anche i nostri figli, un uomo che ha fatto scelte di vita ben precise e ha saputo indirizzare il proprio destino.
Leggendo la sua biografia, scritta da Angelo Gallippi, mi sono sentito trasportare lungo cinquant’anni di storia che hanno profondamente cambiato il nostro modo di vivere: dall’atmosfera dinamica e formale della prima Olivetti (di cui ho parlato nel mio post La Silicon Valley eravamo noi), dove il neodiplomato Faggin ha potuto mettere in luce il suo grande talento, alla decadenza di un paese che non è stato in grado di rimanere competitivo rispetto all’ascesa dirompente della Silicon Valley.
Faggin ha fatto una serie di scelte consapevoli e visionarie: figlio del famoso professore di filosofia Giuseppe Faggin (autore del famoso testo scolastico di filosofia), non scelse il classico ma si iscrisse all’istituto tecnico per coltivare la sua passione per le macchine e in particolare per gli aeroplani. Diplomatosi come miglior studente, nel 1961 fu assunto al centro ricerche Olivetti ma a breve decise di iscriversi all’Università di Fisica per capire meglio i principi su cui si basava la tecnologia dei semiconduttori. In questo periodo conobbe la moglie Elvia Sardei, che lo supporterà in tutte le scelte future, conferma che a fianco ad un grande uomo troviamo sempre una grande donna. Successivamente lavorò come ricercatore all’Università di Padova da cui fuggì per andare a lavorare in un paio di aziende che gli diedero la possibilità di andare nella Bay Area di San Francisco a seguire dei corsi. Capì subito che il suo futuro doveva essere lì e nel 1968 si trasferì con la moglie Elvia a Palo Alto per lavorare presso la Fairchild, nei laboratori di ricerca diretti da Gordon E. Moore (proprio quello della legge di Moore!). Qui Faggin brevettò il gate di silicio e acquisì la stima di Moore che lo volle con lui nella neonata Intel (1970). E fu proprio all’Intel nel 1971 che Faggin inventò e costruì il primo microprocessore della storia, denominato 4004. L’Intel era nel business delle memorie e inizialmente non credeva nella potenzialità dei microprocessori. Nel 1974, frustrato per i mancati riconoscimenti, lasciò l’Intel per aprire la sua prima società, la Zilog, dove creò il famoso chip Z80 (tre miliardi di pezzi venduti). Nel 1982, a quarant’anni lasciò la Zilog, incassò un’importante somma di denaro e fondò la Cygnet per sviluppare un antesignano sistema di videoconferenza, email e cobrowsing. Ma i tempi non erano buoni per il settore telecomunicazioni così nel 1985 fondò la Synaptics, specializzata in reti neurali, un investimento che prevedeva sette anni di pura ricerca e che portò all’invenzione del primo chip neurale riconfigurabile nel 1992 e allo sviluppo del touchpad nel 1994.
Una vita vissuta all’avanguardia: ancora oggi, trent’anni dopo l’esperienza Synaptics, si sentono manager riempirsi la bocca con parole come ‘intelligenza artificiale’ o ‘reti neurali’ senza averne compreso minimamente il funzionamento o le potenziali applicazioni.
È strabiliante che le problematiche affrontate dal giovane Faggin siano identiche a quelle di cui discutiamo oggi: un sistema universitario mal finanziato e burocratizzato, aziende italiane troppo piccole per essere competitive nell’alta tecnologia, scarsa meritocrazia, talenti mal pagati e quindi in fuga verso mondi più stimolanti.
Spesso nella sua vita ha avuto a che fare con la mediocrità se non addirittura con la meschinità di colleghi meno capaci che hanno provato a rubargli i meriti delle sue invenzioni. Ma fortunatamente, citando Goethe, ‘non si possiede ciò che non si comprende’. Federico Faggin è la dimostrazione che lavorando duramente, con intelligenza e focus sui contenuti, il successo è una conseguenza inevitabile. Non a caso ha ricevuto importantissimi riconoscimenti e Rita Levi Montalcini lo ha proposto per il premio Nobel.
L’apertura mentale e la libertà di pensiero di Faggin emergono in tutta la loro grandezza nella sua attività di ricerca nel campo della consapevolezza (in inglese ‘consciousness’, ciò che ci fa sentire vivi, che ci fa provare sensazioni e che ci fa pensare in prima persona): un fisico capace di parlare apertamente dei limiti degli attuali modelli di riferimento (relatività generale e meccanica quantistica) e di ipotizzare coraggiosamente che la strada per l’unificazione richieda di introdurre la consapevolezza come una caratteristica irriducibile della natura. Ma di questo parleremo ancora.

 

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Per approfondire
Angelo Gallippi (2011), Federico Faggin. Il padre del microprocessore, Tecniche Nuove

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